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09 giugno 2007

Castel Sant’Angelo

Non c’è monumento in Roma forse più caratteristico e significativo di Castel Sant’ Angelo. Se il Colosseo, dopo le persecuzioni, rimase infatti come una memoria sacra, quasi al di fuori dei tempi, da quando Aureliano ( 275) trasformò l’antico mausoleo di Adriano in un’imponente fortezza, la vita del Castello fu, per oltre mille anni, al centro della storia tumultuosa di Roma.
La sua funzione, dalla invasione dei goti di Alarico del 410 fino al famigerato « Sacco » del 1527, fu quella di difendere la Città Eterna dei nemici che nei secoli la minacciarono da ogni dove.
Il più lungo assedio che il Castello subì fu ad opera dei goti di Vitige, nel 537, quando i difensori romani, guidati da Belisario, furono costretti a fare a pezzi le statue che ornavano il mausoleo per scaraventarle dagli spalti sui nemici. Dopo un anno di inutili sforzi, Vitige abbandonò il campo e Roma fu salva.
Prossimo alla dimora dei Papi, ed anzi ad essa legato da un lungo braccio di mura, detto il Corridoio, il Castello appare quasi come la mano armata del Pontefice che si protende nella città, la sentinella in armi della cittadella di Pietro, simbolo temporale della supremazia del Papato nei confronti dell’autorità del Campidoglio. Gli storici ricordano come quando il Papa francese Urbano V si decise a lasciare Avignone per tornare nella sede tradizionale di Roma, l’ambasceria romana che il 20 settembre 1367 gli andò incontro a Corneto di Tarquinia dove era appena sbarcato, gli consegnò, in atto di sottomissione, non le chiavi della città, come avrebbe voluto l’antica consuetudine, ma quelle del Castello, su di un piatto d’argento.
Il 27 giugno 852, Papa Leone IV consacrò con una solenne processione quella che sarebbe passata alla storia come « Città leonina ». In questa occasione il Castello fu dedicato all’Angelo. Ma non ad un angelo qualsiasi: a san Michele, l’Angelo per antonomasia, di cui era vivissimo il culto. Era logico del resto che la fortezza, le cui mura possenti si ergevano a difendere il cuore stesso della Chiesa, fosse dedicata a san Michele, l’arcangelo guerriero che della Santa Chiesa è il protettore. Il Castello fu così Castel Sant’Angelo. Un’antica e celebre tradizione ricollega inoltre la venerazione dell’Angelo ad un episodio prodigioso accaduto sotto il pontificato di san Gregorio Magno.
Era l’anno 590. In Roma, già devastata da uno straripamento del Tevere che aveva allagato la città riducendola alla fame, scoppiò una terribile peste inguinaria. Per placare la collera divina, il Papa ordinò una « litania settiforme », cioè una processione generale del clero e della popolazione romana, formata da sette cortei, che confluissero verso la Basilica Vaticana. Mentre la grande moltitudine camminava per la città, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che nel breve spazio di un’ora ottanta persone caddero a terra morte. Ma san Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine piangente dell’Ara Coeli, dipinta dall’evangelista san Luca. Fatto meraviglioso: man mano che l’immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida al suo passaggio ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Castello. Improvvisamente, al di sopra della sacra immagine, si udì un coro di angeli che cantavano: « Regina Coeli, laetare, Alleluja - Quia quem meruisti portare, Alleluja - Resurrexit sicut dixit, Alleluja! » a cui san Gregorio rispose: « Ora pro nobis Deum, Alleluja! ».
Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro e san Gregorio Magno, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo sterminatore che dopo avere asciugato la spada grondante sangue la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo.
Da allora, in ricordo di quest’apparizione, la Mole Adriana fu conosciuta come Castel Sant’Angelo e nel suo più alto torrione fu in seguito posta la celebre statua di san Michele, l’Angelo sterminatore che abbassando la sua spada sta per riporla nella guaina.
Il grande angelo di bronzo che domina il Castello è stato rimosso (cfr. La Stampa del 20-8-1983) dal suo piedistallo, smontato, imballato in trenta pezzi, e trasferito per lavori di restauro. La notizia ha suscitato inquietudine per chi è abituato a prestare attenzione al linguaggio dei simboli. Finito il restauro, la statua, è di nuovo al suo posto, e nella sua simbolica sede è tornato l’Angelo che custodisce la Chiesa e la città di Roma. Non resta che aumentare le preghiere a san Michele, Protector Catholicae Ecclesiae, Exterminator Daemonum, Fortitudo nostra, perché in queste ore difficili della storia continui a sorreggere con il suo aiuto la Santa Chiesa ed i cattolici fedeli.

30 maggio 2007

Il Profumo di Roma

Roma! nome pieno di mistero.

Dal momento che codesto nome si levò su le nazioni, nessuna voce l’ha mai pronunziato senz’odio o senza amore, e non si sa se maggiore sia stato l’ardore dell’odio, o la passione dell’amore. Mentre la vanità dello spirito moderno si vanta di conciliar tutto, l’odio e l’amore di Roma continuano la loro lotta, più aspra che mai. Roma trionfante, dominatrice delle nazioni! Roma assoggettò tutta la terra e si nutrì della carne dell’umanità intera; Roma prese tra le sue braccia potenti il genere umano, come un bambino malaticcio, e gli fece respirar l’aria salubre delle cime, l’ha nutrito delle carni di Gesù, il Dio vivente.
Dio sia benedetto! Io sono fra coloro che Roma accolse tra le sue braccia, feriti, minacciati della vecchia morte del peccato. La sua mano luminosa mi ha trasportato sulle altezze divine, le sue mani materne mi han tratto a respirare l’aere del Cielo, la sua santa mano mi ha nutrito d’un divino alimento. Io ho ricevuto da lei la vita, e le dò in cambio l’amore. Quand’io vidi Roma per la prima volta, ignaro della morte e ancor più della vita, ma agitato da un istinto misterioso: quand’io vidi questa Roma augusta e ne respirai il profumo, allora seppi che cos’era l’amore.
Il profumo di Roma? Quale il Cristianesimo l’ha formata, Roma è la città delle anime. Essa ha un accento che ogni anima può intendere: ma lo spirito senz’anima non può. Lo spirito scettico, nei ministri del culto divino, non vede che la fragilità umana. Nota la macchia sul marmo, la ruga sul viso e domanda ove sia la Divinità. Canticchia una canzonetta mentre s’innalza la preghiera, si copre la fronte quando scende la benedizione. Egli dice alla benedizione: « Cerca altre fronti meno altere della mia; la mano che ti accenna non è che una mano mortale! » Così, attraverso la Città santa, lo spirito orgoglioso si ostina e si gonfia di superbia tamquam pullus onagri.
Goethe, spirito pagano, non ha conosciuto la vera Roma. Egli si è fermato all’involucro esteriore. Ne respirò il profumo, alla guisa di quei profani che s’introducono quasi furtivamente nei nostri templi, e rimangono estasiati, ma non sanno che gl’inni e i vestimenti sacri e il fumo dell’incenso sono anch’essi una preghiera. Goethe, da buon pagano, ricantava i poveri versi d’Ovidio, e portò l’ultimo suo saluto al Campidoglio. La grande Roma cristiana, ancora una volta padrona del mondo, questa Roma spirituale, nostro amore e nostra gloria, egli l’ha appena intraveduta.
Vederla e comprenderla è dato solo all’occhio semplice della fede. Come Iddio che la riempie, essa si nasconde ai superbi. L’orgoglio dello spirito la percorre, ma non la discopre. Felice colui che può sospettare almeno che essa esiste, sentendone in cuore l’influsso benigno!L’umile che di lontano s’è inginocchiato dinanzi alla Croce imperitura, che ha toccato con la sua fronte il pavimento santo; il figlio della Chiesa che ricorda Cesare ma onora Pietro, è il vero ospite di Roma. Essa parlerà al suo cuore.Come la casa del padre è aperta al figlio amorevole, così Roma pure gli è aperta. Egli percepirà il senso delle sue armonie, il fascino travolgente de’ suoi profumi; la comprenderà e l’amerà e porterà in cuore il ricordo imperituro del suo amore. O Dio del cielo e della terra, che avete scelto Roma come un punto tra il cielo e la terra, nel quale Voi degnate scendere e a noi è dato salire, affine di poter gettare uno sguardo negli splendori del Cielo, e di vederVi e di toccarVi e di ricevere nelle nostre orecchie mortali l’eco del suono della Vostra voce;O Dio degli angeli e degli uomini, Dio dei poveri, Dio dei deboli, Dio clemente che create in noi i buoni desideri e li ascoltate;Siate benedetto d’avermi chiamato nella vostra Roma, d’avermene rivelato i profumi, d’avere aperta la mia intelligenza alla sua parola, d’aver purificati e illuminati gli occhi miei nella sua luce! In quell’istante io conobbi il Cielo e la terra, conobbi me stesso e Voi!In quell’istante io pensai ai miei antenati sconosciuti. Chi recò loro la fede? Da quale sorgente sgorgò il ruscello che doveva giungere fino al loro povero accampamento selvaggio? Fu un legato di Roma che segnò la Croce sulla loro fronte.
Divenuti figli di Dio, vissero consolati all’ombra della Croce. Quando si trattò di strappare loro la Croce, e con essa la loro eredità divina, allora accorsero in loro difesa i legati di Roma e la luce rimase nelle loro anime, e la libertà e la speranza consolarono ancora i loro cuori, e mi trasmisero un sangue cristiano.
O Roma, o dolce madre dei popoli, sii benedetta pei doni che hai largito a’ miei padri; sii benedetta per le gioie che hai versato durante tanti secoli su questi umili lavoratori, povera gente destinata alla fatica e alle pene!Sii benedetta per le virtù che tu loro insegnasti, per le umili preghiere che ponesti sul loro labbro, per le briciole di pane e le gocciole d’acqua che essi, nella loro miseria, offersero agli indigenti; sii benedetta pei raggi che illuminarono le loro fronti madide di sudore!

Louis Veuillot